Paolo di Tarso: La morte e la risurrezione
Pubblicato il 3 marzo 2009
Quinto appuntamento con il cammino di conoscenza e di approfondimento della figura di Paolo.
Cosa c’è dopo la morte? Esiste davvero qualcosa o tutto finisce dopo aver chiuso gli occhi ed esalato l’ultimo respiro? Chi di noi non si è posto queste domande almeno una volta in modo serio nella sua vita? La morte di una persona cara, una malattia che ci ha provato nella carne, la sollecitazione di un fatto di cronaca a cui abbiamo partecipato emotivamente hanno senz’altro fatto sorgere questo interrogativo nel nostro animo in maniera inquietante.
Il tempo di Quaresima appena iniziato, che ci condurrà alla mèta di Pasqua, quasi ci impone di riflettere in maniera cristiana su questo tema; anche perché quello che ci accingiamo a celebrare è la fonte, il senso, il fine del nostro essere cristiani “se Cristo non fosse risorto dai morti vana sarebbe la nostra fede” dirà Paolo nella 1Cor (cfr15,17). Ancora una volta possiamo sentire l’Apostolo Paolo come un vero compagno di cammino, che ha percorso i nostri stessi itinerari interiori, anche se lui li ha percorsi… correndo. Infatti da quando egli ha incontrato sulla sua strada il Risorto, la sua vita non ha avuto altro scopo che quello di annunciare Gesù Cristo, morto e risorto e di arrivare a essere con Lui per sempre, al di là di questa vita, oltre la soglia della morte nella stessa condizione del suo Amato Signore. Per il Nostro non era un problema credere nella risurrezione dai morti; egli apparteneva alla casta farisaica che si distingueva da quella dei sadducei perché questi ultimi non credevano che i morti risorgessero. L’incontro con Gesù Risorto sulla via di Damasco, in qualunque modo sia avvenuto, lo ha posto, però, in una posizione privilegiata: non ha soltanto incontrato un risorto, ma il Risorto, Colui che non muore più. In effetti la condizione in cui si trova il Cristo è assolutamente unica nella storia; molti sono stati risuscitati dalla morte (pensiamo a Lazzaro di Betania) ma poi sono morti nuovamente. Gesù Cristo invece, risorto una volta per sempre, vive ora in uno stato che sarà quello a cui tutti saremo chiamati alla fine del mondo. Egli è il Primogenito di coloro che risuscitano dai morti, la primizia della risurrezione, Colui che ha vinto la morte: è il Signore!
L’annuncio della Risurrezione, però, non è stato facile per Paolo; pensiamo ad esempio al fallimentare incontro con gli Ateniesi nell’aeropago, dove proprio questo argomento ha fatto letteralmente scappare i suoi interlocutori, dopo averlo deriso sarcasticamente(cfr At17,32-33). Il contesto culturale in cui Paolo si è voluto inserire era quello ellenico, dove imperava la filosofia platonica, mista ad altri elementi religiosi; in questa macedonia di fede e cultura il corpo e la materia erano ritenuti come qualcosa di negativo e ostacolante per l’anima, elementi di cui liberarsi, cosa che accadeva con la morte. È evidente che la resurrezione del corpo era improponibile ai loro occhi!
Eppure Paolo avrebbe avuto altrettante difficoltà anche oggi; attualmente il cristianesimo di molti è ugualmente infarcito di credenze e idee che con un termine tecnico diremmo “sincretismo”, ma più semplicemente un cocktail, per essere più comprensibili. L’idea della reincarnazione, oppure del nulla o del Nirvana, come stato di benessere definitivo, spesso sono presenti anche in persone battezzate che frequentano la parrocchia e vanno a Messa la domenica (con la speranza che non siano anche catechisti!!). Queste cose non appartengono alla nostra fede, non sono ciò che Cristo ha insegnato, né sono secondo la verità del progetto divino.
Anche Paolo ha dovuto dare delle risposte a coloro che rischiavano di vacillare nella fede e proprio in ciò che è fondante per essa; per costoro Paolo formula una delle primissime professioni di fede “Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture” (1Cor15,3-4). Dunque nell’annuncio, nel kerygma, morte e risurrezione di Cristo sono inseparabili; se Cristo non fosse risorto non sarebbe stato diverso da altri grandi uomini della storia. Ma se è risorto questo è possibile solo perché è passato attraverso al morte.
In realtà non ci rendiamo conto di quanto sia molto più “vantaggioso” per noi credere che Egli sia Risorto dai morti, che ignorare la cosa. Avere fede nella sua Risurrezione significa avere uno sguardo positivo, vittorioso su tutto ciò che è male, oscurità, morte, peccato nella nostra vita. È vero che non sappiamo per esperienza quale è la condizione di Cristo risorto, non lo abbiamo incontrato come Paolo! Ma ogni giorno noi facciamo esperienza di molte morti, morali, spirituali, che però grazie alla nostra fede diventano aperture verso nuove realtà, inimmaginate, insperate. Anche questo è vivere in anticipo la Risurrezione, perché partecipiamo della Sua vittoria…
Certo non è facile come dirlo; prima di risorgere anche Cristo ha sofferto, è morto, è stato sepolto. Eppure dobbiamo riconoscere che anche nella morte troviamo in germe una nuova vita, una novità; quando insieme a Lui abbiamo il coraggio di scendere nelle profondità del nostro dolore, negli inferi che ci procurano le nostre sofferenze, in ciò che ci sta procurando la morte dentro, quando la sappiamo affrontare in poche parole, riusciamo a vedere quella situazione sotto una luce nuova perché noi stessi cambiamo, siamo più forti, passiamo, secondo le parole di Paolo “di gloria in gloria secondo l’azione dello Spirito del Signore” (2Cor3,18), veniamo interiormente trasformati. La luce che la Risurrezione di Gesù ha liberato, adesso illumina tutto ciò che chiede di vivere, di essere in vita. Ma questa esperienza la si può fare solo se come Cristo passiamo per la sofferenza e la morte.
C’è un solo punto di forza a cui la morte può ancora aggrapparsi e tirarci giù se glielo consentiamo: il pungiglione della morte è il peccato (1Cor15,56). Per questo dobbiamo sempre di nuovo recuperare la consapevolezza che sebbene il peccato sia accovacciato alla nostra porta (Cfr Gen4,7) abbiamo in noi la forza per dominarlo, abbiamo lo Spirito Santo in noi, primo dono del Risorto ai suoi fedeli; siamo battezzati cioè immersi nello Spirito del Risorto e della sua stessa forza partecipiamo per un dono del suo amore.
Se recupereremo in questa Quaresima il saperci già in Cristo anche se non ancora con Lui potremo dire d’ora in poi insieme a Paolo: Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi? Chi ci separerà dunque dall`amore di Cristo? Forse la tribolazione, l`angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun`altra creatura potrà mai separarci dall`amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore. (Rm8,31ss)
