Paolo di Tarso: L’uomo nuovo
Pubblicato il 3 marzo 2009
Sesto appuntamento con il cammino di conoscenza e di approfondimento della figura di Paolo.
La Pasqua 2009 mi ha lasciato una convinzione molto forte: se il Natale è diventato una festa più commerciale per la stragrande maggioranza delle persone, anche cristiane, dove Babbo Natale, i regali e i veglioni la fanno da padroni, la Pasqua no! La Pasqua è ancora la festa di Cristo, il perno intorno al quale ancora tutto ruota, sebbene il consumismo cerchi ugualmente di metterci le sue zampe. Ma non si fa Pasqua se non c’è la fede che Gesù Cristo è risorto dai morti, questo possiamo dirlo con certezza.
Solo i cristiani festeggiano la Pasqua, perché solo ad essi è noto il senso di questa solennità, vertice di tutto l’anno liturgico, centro della nostra fede. È anche vero però che se esso è il nostro punto di arrivo, è anche il nostro punto di partenza, perché credere in Cristo Risorto significa vivere di conseguenza; Paolo di Tarso lo sapeva bene quando scriveva ai fedeli di Colossi:
1 Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; 2 pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. 3 Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! 4 Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria. 5 Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria, 6 cose tutte che attirano l`ira di Dio su coloro che disobbediscono. 7 Anche voi un tempo eravate così, quando la vostra vita era immersa in questi vizi. 8 Ora invece deponete anche voi tutte queste cose: ira, passione, malizia, maldicenze e parole oscene dalla vostra bocca. 9 Non mentitevi gli uni gli altri. Vi siete infatti spogliati dell`uomo vecchio con le sue azioni 10 e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore. (Col 3,1-10).
Questo brano della lettera è indicato da alcuni curatori della traduzione con un titolo: precetti di vita cristiana. Quanto ci suona brutta e obsoleta questa parola “precetto”, ci ricorda il comandamento, la regola, le leggi, i divieti dai quali ci sentiamo così soffocati e privati di ciò che è il meglio della vita… Non è così che la pensa la maggior parte di noi?
Eppure S. Paolo altrove parlava di libertà, della libertà che appartiene proprio ai cristiani in quanto tali; come si conciliano queste due cose? Anche Paolo ha fatto un passaggio dalla vita dell’uomo vecchio a quella dell’uomo nuovo. Dalla condizione di schiavo della legge a figlio del Regno dei cieli. Che linguaggio è questo? Che vuol dire uomo vecchio e uomo nuovo? Non siamo forse molto lontani dallo stesso smarrimento che deve aver provato Nicodemo nel suo colloquio notturno con Gesù quando si sentiva dire che bisognava rinascere dall’alto (cfr Gv 3, 1-21). Con il senso di libertà che si vive oggi, o per lo meno che si crede di vivere, è difficile comprendere che si è schiavi. Non faccio forse tutto quello che voglio? Non è tutto alla mia portata? È qui il punto: la libertà non è fare tutto quello che si vuole… frase inflazionatissima, chissà quante volte l’abbiamo sentita! Eppure è così. Ciò che ci rende veramente liberi è la scelta del bene ma sappiamo che questa scelta non è così pacifica alcune volte, forse quasi mai. Lo sperimentiamo ogni volta che avvertiamo ladifficoltà nel prendere una decisione, quando ci troviamo in un travagliato dissidio interiore. Un’immagine molto plastica ci può essere fornita dal personaggio del capolavoro di Tolkien, Smigol/Gollum, quando vive un vero e proprio scontro tra il suo essere ripiegato sul proprio desiderio dell’anello e il bene dell’affetto di Frodo, che sembra occuparsi di lui in modo sincero. Purtroppo in quel caso alla fine l’uomo vecchio ha soppiantato il nuovo che cercava di nascere e di venire fuori. Anche Paolo conosce molto bene la lotta che convive in noi; è ciò che esprime nella lettera ai Romani:
“Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. 16 Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; 17 quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. ”.
Quello di cui l’Apostolo parla non è altro che il combattimento tra l’uomo vecchio, schiavo del peccato e l’uomo nuovo, riscattato da Cristo e reso libero. Ma come vincere questa lotta che a volte sembra farci soccombere? La nostra amara constatazione è questa: Cristo ha vinto ma noi pecchiamo ancora. È vero, questa è la realtà; perciò dobbiamo dedurre che non è in potere nostro riuscire a vivere lontani dal peccato. È dono di Dio ma che richiede il nostro essere avvinghiati a Cristo, come i tralci attorcigliati alla vite, (tipica immagine pasquale); solo così può scorrere in noi la vitale linfa che ci consente di rinnovarci dal di dentro per operare santamente. Usiamo con coraggio questa parola, santità! È ciò a cui siamo chiamati, è il senso del nostro farci guidare da Paolo, da San Paolo, in questo percorso mensile. Cercare le cose di lassù non vuol dire vivere in modo disincarnato, ma farle profondamente unite a Dio in Cristo Gesù; significa condire ogni nostro gesto, ogni pensiero, ogni parola con il suo stesso amore, quello che ha riversato in noi, e che è il suo santo Spirito. Non è un essere assillati dalla sua presenza, non è un vivere in modo maniacale la fede; è questione di amore al Signore e del suo amore per noi, la sua è una presenza discreta, che si lascia anche mandar via se lo vogliamo. (cfr Ct5, 2-6). Con questi occhi nuovi possiamo guardare anche alla legge di Dio, ai suoi comandamenti in modo diverso; proviamo a pensarli al positivo.
Per esempio: Non uccidere = Rispetta la vita dei tuoi fratelli…
Non commettere adulterio = Ama tua moglie/ tuo marito con tutto il cuore.
Non rubare = Rispetta i beni del tuo prossimo.
Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo = Ama la verità e perseguila.
Non desiderare la casa del tuo prossimo /Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo = Godi di ciò che è tuo, beni, affetti.
